1. Il Fondatore: Giovanni Ricordi. Dal 1808 al 1853

Giovanni Ricordi (1785–1853), di professione violinista e copista, comincia presto a collezionare partiture e libretti. A partire dal 1803 firma diversi contratti con alcuni teatri milanesi, che gli accordano i diritti di diffusione di parti del materiale musicale da lui prodotto: sono il Teatro Carcano, il Teatro del Lentasio e il Teatro Girolamo. I contratti gli assicurano, ad esempio, il diritto di vendere brani per pianoforte o voci orchestrali. Queste prime acquisizioni di materiali musicali rappresentano, di fatto, la genesi dell’Archivio Storico Ricordi.


È un’epoca in cui, analogamente a quanto accade in Germania, Francia e Inghilterra, anche l’editoria italiana comincia a fiorire. Sono ormai trascorsi più di tre lustri dalla Rivoluzione francese, Napoleone ha dato inizio alla sua campagna di conquista dell’Europa; dalla Gran Bretagna la rivoluzione industriale si estende anche all’Europa centrale e meridionale. In particolare Milano diventa, tra l’era napoleonica e la Restaurazione, un centro dell’editoria italiana e un polo di attrazione per artisti di ogni genere. Il 1808, anno della fondazione di Casa Ricordi, vede l’istituzione, sul modello del Conservatoire di Parigi, del Conservatorio di Musica di Milano. I tempi quindi erano in un certo senso maturi per un’impresa come Casa Ricordi; non si trattava tanto di concepire l’idea di una casa editrice quanto piuttosto, cogliendo i segni del tempo, di realizzarla concretamente. Giovanni Ricordi è un genio imprenditoriale e un uomo coraggioso: nell’estate del 1807 si reca a Lipsia presso la Breitkopf & Härtel, l’affermata casa tedesca di edizioni musicali, per impratichirsi nelle tecniche di stampa musicale, e fa successivamente ritorno a Milano portando con sé un torchio calcografico. Il 16 gennaio 1808, insieme all’incisore e negoziante di musica Felice Festa, fonda la casa editrice Ricordi. I locali si trovano in Contrada Santa Margherita, nelle vicinanze del Duomo e, nonostante i ripetuti spostamenti, la direzione di Casa Ricordi rimarrà sempre in questa zona. L’atto originale della fondazione, che riporta la data “Milano questo dì Sabbato 16 Gennajo 1808” e le svolazzanti firme dei due fondatori, parla della fondazione di una “stamperia di musica”, che impiegherà sia la tecnica dell’incisione che quella della stampa (impressione).


Festa tuttavia lascia la ditta nel giugno dello stesso anno e da quel momento Giovanni Ricordi prosegue autonomamente. Le prime pubblicazioni, peraltro, non riguardano opere liriche, bensì composizioni puramente strumentali: Fantasia con variazioni dell’abate Moro, Le stagioni dell’anno di Antonio Nava per chitarra francese, e il Giornale di Musica Vocale Italiana, un periodico musicale concepito per essere pubblicato su abbonamento, ogni numero consta di 360 pagine. Giovanni riesce a stipulare ulteriori contratti con altri teatri milanesi, che gli accordano condizioni sempre più vantaggiose per la sua attività commerciale. Una mossa abile si rivela l’impegno di Ricordi nel campo della didattica musicale. Nel 1812 pubblica un manuale di pianoforte del pianista e compositore Francesco Pollini, e nello stesso anno diviene l’editore ufficiale del Conservatorio milanese (“Editore del Regio Conservatorio e delle Case di Educazione del Regno”).


Nel 1814 vede la luce il primo catalogo, una pietra miliare nell’ancor breve storia della casa editrice: “Catalogo della musica stampata nella nuova calcografia di Giovanni Ricordi,” con 142 pezzi singoli oltre ai 35 relativi alle prime tre annate del Giornale di Musica. Salta immediatamente all’occhio che il catalogo comprende musica prevalentemente strumentale, in accordo al gusto del tempo ancora improntato al Settecento, venendo soprattutto incontro alle esigenze di un mercato amatoriale in forte espansione, con un’offerta destinata in primo luogo ai dilettanti e ai cultori di musica dei ceti borghesi, allora in ascesa in tutta Europa. L’ora dei grandi compositori operistici di Ricordi scoccherà solo più tardi, quando la redditizia attività di noleggio si ripercuoterà anche sul catalogo delle partiture stampate. Interessante è quanto Giovanni scrive nella prefazione indirizzata ai destinatari del catalogo, rivolgendosi ai “Signori Dilettanti”, ai “Professori di Musica” e agli “Impresarj di Teatro”. Si coglie così il profilo e lo sviluppo di una società borghese, in cui la musica è attivamente praticata in famiglia, fra le pareti domestiche, dove la musica viene inoltre regolarmente insegnata e i teatri, congedandosi dalla tutela delle corti, si accingono a diventare delle “imprese”.


Dal dicembre del 1814 Giovanni Ricordi lavora in qualità di copista e suggeritore presso la Scala di Milano. Ora il suo nome compare anche sul frontespizio dei libretti, e dal 1820 come “Editore e proprietario della musica”. Già il secondo catalogo di Casa Ricordi, pubblicato nel 1815, rivela un tendenziale aumento di musica teatrale. Ricordi ha conquistato nel frattempo una certa notorietà, istruisce apprendisti nelle tecniche della calcografia (tra gli altri, Francesco Lucca, che più tardi diventerà il suo principale concorrente in campo editoriale), ed estende il proprio archivio.
Il noleggio di copie ai teatri resta però la sua attività primaria. Nel corso degli anni ottiene dal Teatro alla Scala delle condizioni via via più generose per la diffusione del materiale musicale. Ben presto queste concessioni sono completamente svincolate dalla stipula di singoli contratti. La posizione di Ricordi nei confronti dei teatri diventa sempre più forte e il suo archivio cresce costantemente. Nel 1825, infine, la Scala gli cede il fondo completo in suo possesso. Giovanni lo acquista per 300 lire austriache, con la clausola che ridurrà le tariffe di noleggio per la Scala. Nello stesso anno vede la luce il “Gran Catalogo” con circa 2 500 edizioni, in cui si accenna per la prima volta alle filiali aperte da Ricordi in luoghi strategici: a Firenze (Via dei Calzajoli) e a Londra (Piccadilly). Ricordi inaugura la “Litografia Ricordi”  e suo figlio Tito fa il proprio ingresso nella ditta. Il ragazzo ha un bel talento per il disegno e, come il padre, ha imparato in Germania il mestiere del tipografo. La litografia è importante in quanto preannuncia la raffinata realizzazione delle copertine delle edizioni musicali che più tardi, con le Officine Grafiche Ricordi, diventerà una caratteristica distintiva della casa editrice. A tal proposito l’Archivio Storico custodisce una serie di edizioni musicali molto interessanti dal punto di vista grafico-figurativo, un esempio fondamentale di come la grafica si sviluppò nel settore dell’editoria musicale dalla metà dell’Ottocento fino agli inizi del Novecento. Proprio a cavallo tra i due secoli, le Officine sono divenute estremamente importanti anche per la realizzazione di manifesti e materiale pubblicitario. Anche in questo campo l’Archivio vanta una importante raccolta.


Nel 1844 appare il primo catalogo in cui la produzione editoriale dell’Editore non viene più espressamente reclamizzata a fini pubblicitari ma è presentata come un fatto ovvio e acquisito. Da sei anni, l’impresa ha traslocato nella prestigiosa sede di Contrada degli Omenoni 1720, dove ai reparti aziendali si aggiunge un locale adibito alla vendita. A questo punto l’accento si è spostato inequivocabilmente sul teatro musicale – della scuderia Ricordi fanno parte Rossini, Bellini, Mercadante e Donizetti (il compositore italo-tedesco Simone Mayr lo aveva presentato a Giovanni Ricordi nel 1815), e naturalmente Giuseppe Verdi: il suo Nabucco ha riscosso nel 1842 un successo mondiale, inaugurando così l’era verdiana.


Quello di Giuseppe Verdi e Giovanni Ricordi è l’incontro di due personalità che, nel genere operistico inteso come fenomeno estetico e sociale, la pensano in modo simile e, in vista del suo ulteriore sviluppo, perseguono un progetto comune. L’incontro di queste due personalità, ognuna a modo suo originale, in un’epoca movimentata sotto il profilo politico, economico e sociale, avvia una fortunata collaborazione coronata da incredibili successi. Per entrambi qualità artistica e orientamento del mercato, seppur con differenti posizioni, formano un binomio indissolubile: “Qualità e ricerca artistica, rilancio dello statuto dell’arte musicale, gestione stretta dei processi di mediazione, successo di pubblico, accumulazione economica, crescita dell’impresa sono gli elementi di un’unica visione grazie a cui Ricordi indica la strada per la nuova istituzione – moderna, romantica e italiana – dell’arte musicale.” Il termine “italiana” rappresenta in questo caso una precisazione importante, perché Ricordi e Verdi condividono anche la visione di un’Italia unita nel segno del Risorgimento. A partire dal 1842, l’anno della prima rappresentazione del Nabucco, le opere di Verdi vengono rivestite di significazioni politiche. In quale misura il suo lavoro artistico e le suggestioni patriottiche che ne derivarono abbiano interagito fra loro, è ancora oggi oggetto di discussione.


Nel medesimo anno, il 1842, Giovanni Ricordi fonda anche la prima rivista musicologica d’Italia, la Gazzetta Musicale di Milano. Probabilmente qui è già presente l’influsso del figlio Tito I, che da tempo carezzava l’idea di questa rivista, anche con l’obiettivo di creare un organo attraverso cui pubblicizzare l’acquisizione dei diritti sulle composizioni da parte di Casa Ricordi. L’introduzione e l’applicazione di una tutela efficace del diritto d’autore è un tema che sta molto a cuore a Giovanni, tema di cui Tito I e Giulio si occuperanno poi intensamente.


La Gazzetta viene pubblicata, con brevi interruzioni, dal 1842 al 1902. Diversi esemplari della collana sono conservati nell’Archivio e permettono di ricostruirne la storia.
La Gazzetta era un bollettino d’informazione che riguardava non solo i diritti editoriali, ma anche la vita culturale di Milano, ivi comprese le recensioni degli spettacoli, nonché un foro per la discussione di questioni estetico-musicali. Nata sul modello di analoghe pubblicazioni francesi e tedesche, la rivista è il primo periodico di questo genere in Italia. La redazione è curata da Giacinto Battaglia, un giornalista teatrale già molto affermato; la rivista esce inizialmente di domenica, poi a partire dal 1847 tutti i mercoledì. Una volta al mese contiene come inserto una composizione musicale. Alla fine di ogni anno, le dodici composizioni sono ripubblicate in un volume della costituenda “Antologia classica musicale”; in un’occasione viene addirittura realizzata una collezione di figurini dell’opera romantica da distribuire agli abbonati. La sommossa risorgimentale del marzo 1848, le famose “Cinque Giornate di Milano”, causa una prima sospensione della pubblicazione, che viene tuttavia ripresa subito dopo con un titolo fortemente politicizzato, Gazzetta Musicale di Milano ed Eco delle Notizie Politiche, e poi, dal mese di luglio, nuovamente come rivista di carattere puramente musicale. Anche in seguito, i disordini e le circostanze instabili dell’epoca faranno sì che la pubblicazione della Gazzetta subisca diverse interruzioni. Nel 1853 Tito I ne assume personalmente la redazione, seguito nel 1856 da Alberto Mazzucato e nel 1858 da Filippo Filippi.


La consuetudine di pubblicare una rivista musicale della Casa venne mantenuta da Ricordi anche in seguito: dal 1871 al 1878 uscì, dapprima come supplemento annuale gratuito per gli abbonati alla Gazzetta, la Rivista Minima; dal 1902 al 1905 Musica e Musicisti; dal 1906 al 1912 Ars et Labor, chiaramente influenzata dall’Art Déco; dal 1919 al 1942 Musica d’Oggi, e tra il 1951 e il 1957 Ricordiana.


Con la sua attività, Giovanni Ricordi avvia nel campo del melodramma italiano un processo decisivo, che interessa anche lo sviluppo dell’opera sotto il profilo dell’autonomia e unicità della produzione artistica. Il coscienzioso lavoro di promozione svolto da Ricordi nei confronti degli autori e del loro lavoro, unito al suo intuito imprenditoriale, fanno sì che, in appena quarant’anni di vita, una piccola copisteria musicale si trasformi in un editore musicale influente e di grande successo.

2. L'Affabile: Tito I Ricordi. Dal 1853 al 1888

Tito I (1811–1888), che fin dal 1825 lavora attivamente nella ditta, alla morte del padre Giovanni nel 1853 ne assume la direzione. Si dice che fosse un uomo di carattere mite e di salute cagionevole. Il suo matrimonio con Giuseppina Arosio fu rallegrato da nove bambini. Tito era disegnatore, incisore, tipografo e pianista di talento. I suoi frequenti viaggi all’estero lo misero in contatto con famosi esponenti della scena musicale europea, che egli invitava a Milano a tenere concerti; tra gli altri Franz Liszt, con il quale si racconta che suonasse a quattro mani. Nel 1863 Tito fonda la “Società del Quartetto”, tuttora esistente, per incentivare la diffusione della musica da camera a Milano.


Sotto la direzione di Tito I, viene potenziata la rete di filiali in Italia e in Europa: i fratelli Pietro e Lorenzo Clausetti sono suoi partner a Napoli, Stefano Jouhaud, che lavora per la Ricordi già dal 1824, a Firenze. Quando nel 1871 la capitale del nuovo Regno d’Italia viene trasferita da Firenze a Roma, anche la filiale di Ricordi la segue. L’intuito politico e il patriottismo di Tito I Ricordi emergono già nell’annuncio pubblicato nella Gazzetta del 30 giugno 1861, in cui egli dichiara di aver allestito delle filiali nel “Regno d’Italia”. Ne vengono aperte altre a Londra (1878), Palermo e Parigi (1888). Nel 1875 esce un nuovo catalogo, che contiene 45 000 edizioni. In una lettera al suo corrispondente londinese, Tito I scrive con orgoglio: “Dando una scorsa a questo Catalogo si può già comprendere che si tratta del più grande Stabilimento musicale che esista.” In questo periodo caratterizzato da una crisi economica a livello europeo, Tito I pare prendere in considerazione l’idea di vendere la ditta e ne fa stimare il valore. Come proprio guadagno annuale indica un ammontare di oltre 100 000 lire, il valore dell’impresa si aggira invece sui due milioni. La vendita però non ha luogo, vengono invece studiate nuove strategie per ampliarne il campo di azione.


Un tema importante dall’inizio del XIX secolo è quello dei diritti d’autore, ai cui specifici problemi di introduzione nel settore musicale la casa editrice Ricordi si dedica con particolare impegno.


In Italia fiorisce il commercio di copie pirata, a tutto danno degli autori, nonché la prassi corrente dei teatri di adattare di volta in volta la musica all’allestimento e agli interpreti del momento. Tutto ciò si scontra con l’interesse di Ricordi, la cui attività principale è rappresentata dal noleggio delle partiture.


Casa Ricordi intrattiene buoni rapporti con i propri autori e ne tutela strenuamente i diritti; per questo motivo, nel 1847 Giuseppe Verdi interrompe la prassi di affidare le proprie opere agli impresari teatrali e conferisce all’editore Ricordi il ruolo esclusivo di mediatore. Già ai tempi di Giovanni Ricordi si erano verificati diversi casi di pirateria: con la Semiramide di Rossini nel 1823 e La sonnambula di Bellini nel 1831 c’erano state delle perdite, sia sotto il profilo economico che della qualità artistica della produzione. Giovanni riflette sulle possibilità di evitare il ripetersi di simili situazioni. In mancanza di una regolamentazione legale, dapprima intravvede una possibile soluzione nella stipula di un contratto ben definito con l’autore, più tardi attraverso il pubblico avviso sulla Gazzetta e su altri importanti giornali italiani. Anche la cooperazione con diversi editori europei, ad esempio Boosey di Londra, mira ad ostacolare la pirateria musicale e a tutelare meglio il diritto d’autore. Nell’Italia risorgimentale, l’introduzione di regolamenti legali è di difficile attuazione, a causa della frammentazione politica della penisola in diversi Stati. Nei colloqui in merito a una convenzione multinazionale, che hanno luogo nell’Ufficio di Censura di Milano nel 1839 tra i rappresentanti dell’Austria e del Regno di Sardegna, Giovanni Ricordi è uno dei tre editori presenti. Nel 1840 viene varata una convenzione austro-sarda: la tutela del diritto d’autore stabilita in questo accordo comprende, oltre ai lavori teatrali, anche le trascrizioni e le riduzioni per pianoforte. La convenzione fatica tuttavia ad affermarsi. A livello politico, il grado di interesse è scarso: la diffusione della musica è prevalentemente in mano agli impresari, le copie e gli adattamenti vengono concordati tra i copisti e i teatri; la censura rivendica un diritto d’intervento per eventuali modifiche dei contenuti ma non è interessata a questioni di tipo giuridico.

Sia Tito I che suo figlio Giulio si impegnano a favore di una più ampia regolamentazione sul piano legale. Tito I partecipa al congresso internazionale per la regolamentazione del diritto d’autore, che si svolge a Bruxelles nel 1858; Giulio pubblica dei saggi sul tema, sottolineando le conseguenze che derivano dalla mancata tutela dei diritti degli autori: “… in una parola dovremmo assistere al più abbominevole strazio dell’arte che in un paese eminentemente artistico qual è l’Italia, non può essere voluto né dagli autori, né dal pubblico.” Con l’approvazione della legge Scialoja nel 1865 e con la Convenzione di Berna del 1886, si arriva infine alla regolamentazione dei diritti d’autore in Italia e in Europa, a conclusione di un processo portato avanti in maniera decisiva dai membri di Casa Ricordi.

Il colpo maestro di Tito I e Giulio è l’acquisizione nel 1888 dei fondi della Casa musicale di Francesco Lucca (l’editore delle opere di Wagner in Italia), che la vedova cede a Ricordi per un milione di lire, ponendo fine in tal modo a una pluriennale concorrenza. Essa riguardava anche la questione “Wagner e Verdi”: dal punto di vista editoriale, la Ricordi si era sempre mostrata critica nei confronti dell’opera wagneriana e Lucca ne aveva assunto pertanto la rappresentanza dei diritti in Italia. Dalla fusione delle due case nasce ora una società in accomandita, la “G. Ricordi & C.”, con un capitale sociale pari a 3 800 000 lire; ne sono soci Tito I e Giulio Ricordi, nonché alcuni esponenti della borghesia milanese: Erminio Bozzotti, Luigi Erba, Francesco Gnecchi, Giuseppe Pisa, Gustavo Strazza. Giulio

3. Il Genio: Giulio Ricordi. Dal 1888 al 1912

Giulio Ricordi (1840–1912) assume ufficialmente la gestione della ditta alla morte di Tito nel 1888. In realtà il padre lo aveva già coinvolto negli affari molto prima, affidandogli diversi incarichi. Fin dal suo ingresso ufficiale nell’impresa nel 1863, Giulio influenza perciò molte decisioni che riguardano la conduzione aziendale. Sotto la sua egida, anche le altre arti – soprattutto la grafica e le arti visive in generale – acquistano un peso maggiore nell’attività della ditta. Giulio stesso dipinge, suona il pianoforte, e la sua vena giornalistica fa sì che egli si dedichi con grande impegno allo sviluppo dei periodici della casa, ma soprattutto è lui stesso un compositore. Sotto il bizzarro pseudonimo di Jules Burgmein, Giulio Ricordi ha pubblicato, infatti, numerose composizioni per pianoforte, piccoli ensemble, e un’operetta di notevole successo dal titolo La secchia rapita. Giulio ha una personalità complessa e contraddittoria: nel 1856, a causa del suo atteggiamento ribelle, viene espulso dalla scuola, e per farsi perdonare dal padre, dà una mano in ditta come segretario. Non ancora ventenne, è un fervente patriota e sostenitore della causa risorgimentale, tanto che nel 1859 si arruola come volontario. Molto più tardi pubblicherà i suoi ricordi di questa fase sotto il titolo Primavera della vita. Nel 1862 sposa Giuditta Brivio, da cui avrà sei figli. Tito I intuisce le potenzialità del figlio e lo sostiene in ogni modo. Nel 1871 lo manda in Germania a studiare la grafica e il design, e a impratichirsi nelle tecniche di stampa. Dopo il suo ritorno a Milano, gli trasferisce ben presto molti incarichi nell’ambito della casa editrice.
Nella ditta Giulio si impegna in primo luogo nella redazione delle riviste, in particolare della Gazzetta. Diventa soprattutto il nuovo e decisivo interlocutore con colui che è, di fatto, il fiore all’occhiello di Casa Ricordi: il compositore Giuseppe Verdi. Giulio vedeva riuniti in lui i suoi stessi ideali musicali e patriottici. Tito si era subito accorto dell’abilità del figlio nel trattare con Verdi, e lo aveva spesso coinvolto nei loro colloqui.


All’assorbimento della casa editrice Lucca, con cui Ricordi si è liberato del suo principale concorrente, fanno seguito, sotto la direzione di Giulio, ulteriori acquisti: Orlando a Napoli, Bartolo a Roma, Schmidl a Trieste, Pigna a Milano; vengono inoltre aperte altre filiali, in Germania, Austria, Ungheria, Scandinavia e, nel 1911, a New York. Nel 1902 Ricordi allestisce nuovi locali in Viale di Porta Vittoria (dove dal 1884 hanno sede anche le Officine). Il catalogo della casa editrice comprende circa 110.000 pubblicazioni.20 Nel 1908 Casa Ricordi festeggia il centenario della propria fondazione.


Nel giro di un secolo la piccola copisteria artigianale si è evoluta in una grande casa editrice musicale, che domina il mercato e opera a livello internazionale, divenendo un simbolo della musica e dell’editoria italiana.


Nel suo discorso celebrativo, Giulio Ricordi menziona l’emblema della casa editrice, i “tre cerchi” intrecciati tra loro e tuttavia indipendenti (gli “anelli borromei” del primo Rinascimento), che simboleggiano “l’unione e la forza”. Il logo con l’aggiunta del motto “ars et labor” era nato intorno al 1875: l’emblema compare nell’intestazione di una lettera di Giulio Ricordi al londinese Tamplini datata 10 febbraio 1875, e sul frontespizio della Rivista Minima (diretta da Antonio Ghislanzoni) del medesimo anno. Nel periodo a cavallo tra il XIX e il XX secolo, i tre cerchi vengono abilmente impiegati su partiture, trascrizioni pianistiche e libretti, adattandoli artisticamente alla grafica delle copertine. Queste realizzazioni sono un valido esempio di come le Officine Grafiche Ricordi sviluppassero accuratamente il design dei loro prodotti.


Con profondo intuito e un’eccellente conoscenza del mercato musicale, nel momento in cui l’energia produttiva di Giuseppe Verdi comincia a scemare, Giulio si mette alla ricerca di un nuovo astro. Il geniale editore-impresario ha nel frattempo sviluppato e consolidato il proprio primato nell’ambito dell’editoria musicale. Chi viene pubblicato da Ricordi ha concrete possibilità di emergere ed è in buone mani, perché Giulio, una volta che ha deciso di impegnarsi per qualcuno, si dedica con vero slancio alla sua promozione. È in effetti “l’abile burattinaio”  della scena musicale italiana del suo tempo. All’ormai anziano Verdi egli "affianca", con un sicuro istinto per il talento musicale del suo nuovo protetto, un giovane Giacomo Puccini, alla cui ascesa e fama mondiale Giulio contribuisce in misura decisiva: “Il Puccini, a parer nostro, ha … questa preziosa qualità … di avere nella propria testa … delle IDEE: e queste si hanno o non si hanno …”. Giulio sostiene Puccini sia moralmente che economicamente, lo aiuta a superare i momenti di crisi personale e produttiva, lo accompagna alle prime, intrattiene con lui un intenso scambio epistolare. Impeccabile e cordiale come uomo, geniale come imprenditore, Giulio conduce Casa Ricordi all’apice del successo. Nel 1910 vengono inaugurati, per la produzione e il magazzinaggio, dei nuovi e più spaziosi locali in Viale Lombardia (oggi Viale Campania). Ormai il 70% delle opere in cartellone alla Scala appartiene al catalogo Ricordi, rispetto al periodo intorno al 1860 il giro d’affari legato ai contratti editoriali si è triplicato.

4. Il Cosmopolita: Tito II Ricordi. Dal 1912 al 1919

Anche il figlio maggiore di Giulio, Tito II (1865–1933), è tradizionalmente coinvolto nell’attività editoriale fin da giovane, subito dopo la conclusione degli studi universitari nel 1889. Suo fratello Emanuele, detto Manolo, ha assunto dal 1910 la direzione delle Officine Grafiche. La collaborazione tra Giulio e Tito II non è tuttavia priva di contrasti. I tempi sono cambiati: dopo l’euforia nazionalistica, l’Europa è entrata in crisi, e sul banco di prova ci sono adesso anche molti aspetti che interessano il campo artistico. L’influenza del “nuovo mondo”, l’America con i suoi ideali e forme sociali, incide sempre più fortemente sull’arte e la vita in Europa. La stessa scena artistica europea si sta potentemente rinnovando. Giulio, in tutto e per tutto uomo dell’Ottocento e convinto fautore dell’italianità, fatica a mettersi al passo. Suo figlio Tito II, invece, si apre alle nuove forme e ai nuovi strumenti di comunicazione, fa molti viaggi, insiste sulla necessità di apportare delle innovazioni in seno all’azienda. Sotto la direzione di Manolo, le Officine acquistano un ruolo di spicco nella grafica pubblicitaria. Scrive Claudio Sartori nella sua monografia per il centocinquantesimo anniversario della casa editrice: “Scompare […] il tipo dell’editore-mecenate ottocentesco e il tipo dell’industriale che accentra in sé tutte le fila dell’azienda e che tutte le muove. Mutate erano le persone, mutati erano i tempi e la ditta si era così amplificata che una divisione di compiti si sarebbe comunque resa indispensabile”. La direzione della casa editrice rimane nelle mani di Giulio, ma tra padre e figlio si verificano forti tensioni, che nel febbraio 1907 sfociano in un’aperta rottura. Giulio è furioso per l’atteggiamento di Tito, che ai suoi occhi denota un’irresponsabile leggerezza sotto il profilo imprenditoriale, nonché una rischiosa superficialità dal punto di vista finanziario. Una lettera di Giulio a Tito documenta in maniera piuttosto melodrammatica la sua delusione per la condotta aziendale del figlio; e per esprimerla, si serve di un linguaggio enfatico che ricorda inevitabilmente lo stile dei libretti d'opera ottocenteschi.


È forse proprio a causa di questo dissidio che i meriti e le qualità di Tito II sono spesso dimenticati. Egli vive, infatti, in un’epoca in cui i cambiamenti a livello sociale e artistico non possono non ripercuotersi anche sulla conduzione di un’impresa come la Ricordi. Giulio aveva rilevato la ditta in espansione dopo il Risorgimento e ne aveva successivamente guidato la crescita costante, fino all’apice del successo. La scoperta e la commercializzazione di Giacomo Puccini, da lui seguito e sostenuto con cura paterna, è al contempo sintomo e causa di questa situazione di fondo. Anche come artista, Giulio è un uomo del XIX secolo: le sue composizioni pervenute fino a noi sono una vivace testimonianza di come egli assorbisse e traducesse brillantemente gli idiomi musicali che sentiva più vicini, quelli di Verdi, Schumann, Schubert e del tardo romanticismo francese. Dal canto suo, Tito II rappresenta la personalità in crisi tipica di un’epoca di transizione. Con lui fa il suo ingresso nella ditta “il nervosismo del nuovo secolo”. In Italia – soprattutto nel Settentrione – la società agraria è progressivamente sostituita da quella industriale; seguono poi mutamenti politici e sociali di carattere transnazionale – le prime ondate di emigrazione dall’Italia verso l’America del Nord e l’America latina, in conseguenza della crisi economica (una crisi che non era stata preceduta da una vera crescita dopo il Risorgimento), lo sgretolarsi delle tradizionali differenze di classe e ripartizioni dei ruoli tra i sessi, le innovazioni tecniche, tra cui l’ampliamento della rete ferroviaria e quindi la maggiore mobilità. Anche in ambito artistico si sviluppano nuove tendenze, concettualmente condensate in un “coraggio della soggettività” e, per quanto riguarda l’Italia, grosso modo riconducibili ai due poli: Arte e Psicanalisi (Pirandello / Svevo) versus Dannunzianesimo / Futurismo (D’Annunzio / Marinetti). Gli scritti di Sigmund Freud escono in traduzione italiana e influenzano il primo gruppo; il secondo insegue invece una poetica orientata alla tecnica e al progresso (anche con riferimento all’uomo).


E’ Giulio che resta troppo tenacemente attaccato al XIX secolo e ai principi della società borghese ispirata a un patriottismo liberale? O è Tito troppo figlio della propria epoca, nella misura in cui sperimenta su di sé la crisi e l’impotenza del soggetto moderno? O è invece colui che, identificandosi con i nuovi impulsi sociali ed artistici, inaugura anche nel proprio campo d’azione nuove strategie, o tenta perlomeno di aprire la strada a nuovi sviluppi?
Tito II nasce nel 1865, si laurea in ingegneria nel 1889, e da questo momento si dedica esclusivamente alla ditta paterna. Anche lui suona il piano, è intelligente e sensibile, e sa muoversi in società. Dopo la morte prematura della moglie, comincia a viaggiare: è spesso in Francia, in Germania, in Inghilterra e in America, dove raccoglie nuovi impulsi da applicare nell’ambito dell’editoria e delle imprese teatrali. Nel 1889 riferisce al padre Giulio di una rappresentazione londinese dei Maestri Cantori, mette in scena la Tosca di Puccini, si occupa della definizione dei diritti sulle opere di Wagner in Italia, trattando la questione con Breitkopf e Härtel di Lipsia, il che porterà all’apertura di una filiale di Casa Ricordi in questa città; all’interno dell’azienda si fa promotore dell’idea di una partecipazione di Ricordi all’emergente industria della riproduzione musicale. Introduce novità tecniche e artistiche come la litografia a colori. Seguendo l’esempio del padre, continua a occuparsi di Puccini: gli organizza il viaggio al festival di Bayreuth, lo sostiene moralmente dopo il fiasco di Madama Butterfly (1904) e lo accompagna a New York nel 1910 per la prima de La fanciulla del West. Al contempo accoglie in catalogo alcuni giovani compositori dell’epoca: Riccardo Zandonai, Franco Alfano, Italo Montemezzi. Come loro, anche Tito è attratto dalla poetica di D’Annunzio, si interessa vivacemente ai problemi della messinscena, più tardi funge anche da librettista per la Francesca da Rimini di Zandonai (1914) e La Nave di Montemezzi (1918).


La discussione su come la ditta dovesse reagire all’invenzione dei cilindri fonografici, dei dischi a 78 giri in gommalacca, del cinematografo, e alla comparsa di queste innovazioni nel mercato italiano, sembra esser stata il primo motivo di dissidio tra padre e figlio. Giulio, infatti, è restio a seguire nuove strategie imprenditoriali. La negligenza di Tito nel calcolo dei costi e, in ultima analisi, dei profitti, rappresenta per Giulio una fonte costante di irritazione. Baia Curioni suppone che Giulio fosse interessato principalmente alla continuità della ditta e al suo tradizionale impegno a favore del patrimonio musicale italiano, senza riconoscere che questo obiettivo poteva essere perseguito sfruttando appunto le novità tecnologiche. In seguito alla lite con Tito, nel febbraio del 1907 Giulio gli nega l’accesso al conto aziendale e lo assoggetta a un rigido controllo delle spese come, ad esempio, quelle di viaggio. Dopo la summenzionata lettera del 5 luglio 1907, in cui Giulio dà libero sfogo alla propria amarezza, Tito II si ritira dalla ditta fino alla morte del padre. “[…] del figlio Tito non si parla più”, e in questo modo anche le discussioni sulle innovazioni tecnologiche in campo musicale vengono per il momento accantonate.


Dopo la morte di Giulio Ricordi il 6 giugno 1912 (un evento che scosse il mondo della musica al punto che il New York Times dedicò un’intera colonna al suo necrologio), è dovere di Tito II assumere la direzione di Casa Ricordi, e il difficile compito di guidarla attraverso la crisi scatenata dalla prima guerra mondiale. L’euforia suscitata dai nuovi indirizzi che la casa editrice aveva imboccato sotto il profilo tecnologico e artistico, si spegne. Tito progetta ad esempio di entrare nell’industria cinematografica, ma lo scoppio della guerra e forse le sue stesse debolezze come imprenditore, gli impediscono di raggiungere risultati concreti. Nel 1919 si dimette dalla direzione della casa editrice a causa di nuove imprecisioni finanziarie che preoccupano il consiglio di vigilanza. A 111 anni dalla fondazione si spezza così il filo dell’ininterrotta gestione della ditta da parte della famiglia Ricordi.


Diversi fattori, che solo indirettamente hanno a che fare con questi problemi familiari, concorrono nel primo decennio del XX secolo a indebolire la posizione della casa editrice. In primo luogo le circostanze esterne: la crisi politica ed economica, la guerra. Anche il crescente successo della casa editrice Sonzogno, la concorrente fondata nel 1874, minaccia il primato di Casa Ricordi. Sonzogno pubblica nel 1890 la Cavalleria rusticana di Mascagni e nel 1892 i Pagliacci di Leoncavallo, promuovendo in seguito il verismo nell’opera italiana, rendendolo popolare. Ricordi dal canto suo miete successi con Puccini, anche a livello internazionale, ma la sua musica, al contempo tradizionale e audace, trova una temibile concorrenza nello squillante modernismo delle opere veriste, improntate a un folcloristico colorito locale. Giulio risponde con una maggiore concentrazione sul patrimonio musicale tradizionale; Tito II è invece propenso a porre nuovi accenti sulle giovani leve, andando alla ricerca di voci nuove nel panorama artistico contemporaneo: l’avanguardia musicale, che comincia a imporsi con la seconda scuola di Vienna (Schönberg, Webern, Berg), il movimento futurista (nel febbraio del 1909 appare il primo Manifesto del Futurismo di F. T. Marinetti su Le Figaro di Parigi), che investiva anche la musica, la generazione “dell’Ottanta” orientata in senso classicistico: Alfano, Casella, Malipiero, Pizzetti, Respighi – il mondo della musica comincia a diversificarsi, e le scelte editoriali di Ricordi non sono più così nettamente definite e ponderate come ai tempi di Giulio. Nell’Archivio Storico Ricordi sono custoditi i documenti, opere, libretti, corrispondenza, foto, che illustrano questi anni di mutamento e gettano una luce ambivalente sulla figura di Tito II e sul rapporto di Casa Ricordi con gli ambienti internazionali della musica.


Lo sviluppo di un ramo della società dedicato alla grafica pubblicitaria, le Officine Grafiche, è un ulteriore elemento che distingue la casa editrice per la sua originalità. La realizzazione creativa delle copertine era uno dei punti cari a Giulio: a seconda del tema dell’opera, vengono realizzati per le partiture e i libretti illustrazioni e decorazioni, giocando anche virtuosamente con il celebre logo dei tre cerchi. Per alcune opere viene sviluppata un tema grafico particolare, utilizzato poi nelle relative edizioni a stampa. E’ così che, all’inizio del secolo, prende il via un nuovo e promettente campo di attività, sulla scia del movimento dell’Art Noveau che fiorisce anche in Italia sotto il nome di Liberty. Anche in un’ottica più generale, la produzione grafica di Ricordi ha un grande impatto. Le Officine Grafiche, fondate nel 1884, diventano nel corso del tempo una delle maggiori aziende di settore a livello europeo: le edizioni musicali a stampa con partiture, trascrizioni per pianoforte ed edizioni popolari, costituiscono la parte più consistente della produzione, ma accanto ad essa si sviluppa anche un’autonoma grafica d’arte: vengono realizzati i manifesti non solo per le rappresentazioni operistiche, ma anche per conto di ditte come la Campari, giornali come il Corriere della Sera, in seguito per film come Cabiria. Nascono così alcuni manifesti pubblicitari oggi considerati mitici, come quelli realizzati per Bitter Campari e Birra Poretti, divenuti poi delle vere e proprie icone. Il reparto grafico della Ricordi è attivo anche nel campo delle cartoline postali. Anche sotto questo aspetto l’Archivio Storico Ricordi vanta un’importante raccolta. Alla squadra degli illustratori appartengono artisti di fama come Adolf Hohenstein, Leopoldo Metlicovitz e Marcello Dudovich, che oggi vengono considerati i padri della moderna cartellonistica pubblicitaria italiana.

5. Anni di crisi: Carlo Clausetti e Renzo Valcarenghi. Dal 1919 al 1943

Dopo l’uscita di Tito II dall’azienda, la gestione della casa editrice viene assunta da Renzo Valcarenghi e Carlo Clausetti, che dal 1919 al 1940 ne guidano insieme le sorti. Clausetti viene da una famiglia di editori napoletani e dal 1892 è direttore della filiale Ricordi di Napoli. Come Giulio Ricordi, anch’egli è un tipo estremamente versatile, lavora come compositore, critico musicale, poeta e librettista, e con la moglie Margherita intrattiene un salotto musicale frequentato da Mascagni, Puccini, Giordano, Tosti e molti altri artisti dell’epoca. Appassionato musicologo, scrive tra l’altro dei saggi su Tristano e Isotta e Il crepuscolo degli dei di Wagner. Come Tito II, Clausetti si interessa di regia, compare, infatti, come “direttore di scena” in diversi allestimenti de La fanciulla del West di Puccini, non venendo però mai meno al suo ruolo di gerente.


Renzo Valcarenghi era entrato nella ditta nel 1880 e dal 1888 al 1912 aveva diretto la filiale Ricordi di Palermo, passando poi a quella di Napoli. Nel 1919 si trasferisce a Milano per assumere, accanto a Clausetti, la direzione di Casa Ricordi in qualità di direttore amministrativo. Abita nella sede della ditta e, con i suoi modi tranquilli e improntati a una lealtà incondizionata nei confronti dell’azienda, gestisce l’inquieto periodo di transizione. Per molti anni è presidente dell’Associazione Italiana degli Editori e Negozianti di Musica e della SIDE (Società Incassi Diritti Editoriali).


È questa, sotto vari profili, un’epoca di grandi cambiamenti. L’era della riproducibilità tecnica dell’opera d’arte, teorizzata da Walter Benjamin, si è definitivamente affermata, le modalità della ricezione musicale subiscono una radicale trasformazione. La prassi della musica domestica a livello amatoriale sembra diminuire di pari passo con la possibilità di fruire della musica attraverso la radio e i dischi, ma questo è solo un aspetto del fenomeno. Questo contesto si traduce per l’editore in una minore domanda di trascrizioni per pianoforte e di singoli brani musicali ricavati dalle partiture (arie, duetti), nonché di edizioni per piccoli ensemble. Dato che, accanto al noleggio delle musiche, la stampa delle riduzioni pianistiche rappresenta uno dei pilastri portanti dell’azienda, questo mutamento ha importanti conseguenze per Casa Ricordi.


Per quanto riguarda il tema di Ricordi durante il periodo fascista (1922–1943), è utile esaminare il materiale conservato nell’Archivio Storico, come ad esempio la corrispondenza e i cataloghi editoriali che precedono il 1931 (le annate successive di questi ultimi non esistono più). Il rapporto di Casa Ricordi con il regime fascista si sostanzia nella partecipazione ai comitati di settore (Renzo Valcarenghi rappresenta le case editrici nel Consiglio della Corporazione dello Spettacolo), nell’accettazione delle imposizioni della censura e nell’umanamente ancor più grave stigmatizzazione degli autori ebrei, dopo l’introduzione delle leggi razziali d’ispirazione nazionalsocialista, varate in Italia nel 1938. Grazie alla sua collaborazione, Casa Ricordi può assicurarsi il mantenimento dei proventi che le derivano dal noleggio di materiale musicale e dall’incasso dei diritti d’autore.
Malgrado questa cooperazione legata apparentemente solo ad aspetti formali, l’atteggiamento dei membri di Casa Ricordi nei confronti del fascismo è contrassegnato da una profonda ambivalenza. Aldo Valcarenghi, il figlio di Renzo, partecipa ad esempio a un’azione in difesa di Arturo Toscanini, dopo il famoso “schiaffo” nel maggio del 1931. Toscanini era stato assalito e malmenato da alcuni fascisti perché si era rifiutato di aprire un concerto a Bologna con l’inno fascista Giovinezza. Alcuni studenti presero le sue parti distribuendo dei volantini in sua difesa. D’altro canto, nel 1938 il giovane Pietro Clausetti mette in musica alcuni passi di un discorso di Mussolini e li porge al Duce con il titolo di Inno all’Impero. Questo “omaggio” non viene tuttavia accolto benevolmente, poiché fa concorrenza all’Inno imperiale, il cui testo è stato scritto da Achille Starace, il segretario del partito fascista. Quest’ultimo fa ritirare dal commercio tutte le copie dell’inno di Clausetti in circolazione a Roma.


La lettura della corrispondenza aziendale, i copialettere di quegli anni, potrebbe fornire ulteriori delucidazioni sui rapporti di Casa Ricordi con il regime fascista: nel complesso si mira ad ottenere, tramite alcune concessioni, una certa autonomia e libertà di azione.
Un ulteriore cambiamento riguarda la situazione dei teatri, e quindi anche i loro rapporti con la casa editrice. I teatri sono diventati enti autonomi e in era fascista vengono progressivamente assoggettati alle disposizioni del relativo ministero, il Ministero per la Stampa e la Propaganda. A partire dal 1923 la Scala è sì al primo posto tra i teatri sovvenzionati dal regime, ma l’interesse dei finanziatori è rivolto al teatro come strumento di propaganda ed educazione conforme all’ideologia fascista.


Lo sviluppo dell’estetica musicale in Italia risente di questo condizionamento esterno, in primis la funzionalizzazione di tutti gli spettacoli alla propaganda di una "italianità intesa adesso in senso fascista". Se da un lato ci sono tendenze neoclassiche e neoromantiche che guardano nostalgicamente al passato (soprattutto nella musica strumentale), dall’altro è attiva un’avanguardia musicale che agisce su due fronti. Dal movimento futurista si sviluppa una corrente che propugna un’estetica fondata su musica e tecnica, musica e rumore (ad esempio la riproduzione dello spazio acustico della città o di una fabbrica); un piccolo gruppo di autori si rifà invece all’estetica dell’avanguardia viennese, e la riformula orientandosi al primato italiano della melodia. I teatri si arenano tra censura e voglia di innovazione e, adottando una politica di acquiescenza in attesa di tempi migliori, mandano in scena i classici dell’opera lirica e alcune produzioni moderatamente moderne.
Casa Ricordi si adatta, bene o male, alle circostanze. La popolare “Giovane Scuola”, di cui Mascagni è l’esponente principale, viene pubblicata dal concorrente Sonzogno, e un “successore” di Puccini non è ancora apparso all’orizzonte. Accanto a Italo Montemezzi e Franco Alfano, i cataloghi Ricordi degli anni Venti elencano i lavori di altri rappresentanti della generazione “dell’Ottanta”, nonché di compositori in seguito soggetti alle persecuzioni razziali, come Erich Wolfgang Korngold, Mario Castelnuovo-Tedesco, Aldo Finzi. La collaborazione con la Scala diventa difficile ma Casa Ricordi riesce a mantenere una certa influenza. Tra il 1921 e il 1928 Arturo Toscanini è il direttore musicale della Scala e ne impronta il programma, benché anche lui sia ovviamente costretto a lottare con la crescente ingerenza e i dettami ideologici del regime. Accanto al repertorio classico troviamo in cartellone – per quanto concerne Ricordi – Boito con Mefistofele e Nerone; Catalani con La Wally; Franchetti con Cristoforo Colombo e Germania (libretti di Illica); Pizzetti con Debora e Jaele; Alfano con La leggenda di Sakuntala; Casella con Le couvent sur l’eau (Commedia coreografica); Zandonai con I cavalieri di Ekebù e Francesca da Rimini (su soggetto di D’Annunzio); Wolf-Ferrari con Le donne curiose e Sly; Montemezzi con L’amore dei tre re; un’azione coreografica dal titolo Vecchia Milano di Giuseppe Adami (musica di Franco Vittadini); Respighi con La campana sommersa (su soggetto di Gerhart Hauptmann). In repertorio compare diverse volte anche Wagner con L’anello del Nibelungo, I Maestri cantori di Norimberga, Lohengrin e Tristano e Isotta, oltre a vari lavori di Strauss (Il Cavaliere della Rosa, Salomè) e Humperdinck. Nel campo della "musica antica", Casa Ricordi riesce ad imporsi con un’edizione delle opere di Antonio Vivaldi a cura di Gian Francesco Malipiero, e si attiva a favore di una rappresentazione dell’Orfeo di Claudio Monteverdi nell’adattamento di Giacomo Benvenuti.


Le tensioni tra Casa Ricordi e la Scala si acuiscono quando il teatro nomina un direttore fedele al regime, Jenner Mataloni. I vertici della casa editrice entrano ripetutamente in conflitto con lui, per questioni concernenti i proventi degli spettacoli, ma che riguardano anche le condizioni di produzione: ad esempio il fatto che i rappresentanti della casa editrice non possano più assistere alle prove, fino ad arrivare al concreto impedimento di determinate produzioni. Mainardi cita il caso dell’opera La bisbetica domata (da Shakespeare) di Mario Persico, di cui Casa Ricordi prepara la rappresentazione per la stagione 1937/1938, ma che fallisce a causa dell’intervento di Mataloni. La città morta di Korngold va in scena per iniziativa di Ricordi nella stagione 1938/1939, peraltro non a Milano, bensì al Teatro dell’Opera di Roma.


Nello stesso periodo, nell’era Valcarenghi-Clausetti la rete internazionale di Casa Ricordi viene consolidata e sviluppata con successo: oltreoceano nascono diverse filiali (nel 1924 a Buenos Aires, diretta da Guido Valcarenghi, un figlio di Renzo; nel 1927 a San Paolo, diretta da Giuseppe Giacompol), e il volume d’affari della ditta aumenta con l’acquisto dei cataloghi di altre case editrici sudamericane. Nel 1940 il catalogo Ricordi conta 125.000 edizioni. Nell’azienda milanese lavorano 260 operai suddivisi in 8 reparti, ogni anno vengono stampate oltre 6 milioni di pagine.


Un’altra importante attività della casa editrice è rappresentata in quegli anni dalla pubblicazione di una collana di saggi musicologici in sei volumi, le Istituzioni e Monumenti dell’Arte Musicale Italiana, realizzata dal 1931 al 1939 prima sotto la direzione di Gaetano Cesari e, alla morte di questi, da Guido Pannain. La collana è dedicata alla musica del Cinquecento: Andrea e Giovanni Gabrieli, Camerata Fiorentina e Claudio Monteverdi, Carlo Gesualdo e altri autori. Mainardi la definisce “uno dei primi significativi prodotti della musicologia italiana”. Si tratta di un campo inedito per la casa editrice che in questo modo si fa strada nella disciplina scientifica della musicologia, allora ai suoi esordi in Italia. Considerando il successo riscosso dalla Gazzetta Musicale e dai successivi periodici – tra cui Musica d’Oggi a partire dal 1919 – si tratta di un’iniziativa coerente con la politica editoriale dell’azienda.


Nel 1940 Carlo Clausetti lascia la ditta e viene sostituito da Alfredo Colombo. Il binomio Renzo Valcarenghi / Colombo dura quattro anni. Nel bombardamento di Milano del 13 agosto 1943, gli uffici, le officine e i magazzini di Casa Ricordi subiscono pesantissimi danni: due bombe colpiscono la sede della casa editrice in Via Berchet, altre cadono sugli edifici di Viale Campania provocando un incendio. Parti dell’archivio vanno distrutte. Fortunatamente, a partire dal 1942, i materiali di maggior valore dell’archivio erano già stati messi al sicuro: gli autografi nel ricovero antiaereo della Cassa di Risparmio e nel Conservatorio di Parma, ma anche nelle case dei direttori sul lago Maggiore, sul lago di Como e nella provincia di Varese. Delle partiture stampate si fanno dei duplicati, che vengono messi in salvo come copie originali. Irrimediabilmente distrutte dal bombardamento sono però la biblioteca e gran parte del materiale musicale destinato al noleggio, tra cui anche alcuni esemplari con annotazioni individuali autografe. La conseguenza è che i lavori di alcuni compositori, la cui ricostruzione dopo la guerra appare troppo cara (o addirittura impossibile), cadono nell’oblio. Le partiture e le lettere, la collezione di libretti e anche l’archivio iconografico sono risparmiati. Valcarenghi tuttavia, sconvolto da questa perdita dopo tanti anni di crisi, nel 1944 rassegna le dimissioni. A questo punto viene istituito un direttivo composto da tre persone che assicura la continuità della conduzione familiare dell’azienda, anche se ovviamente non più limitata alla sola famiglia Ricordi: si tratta di Alfredo Colombo, Eugenio Clausetti (un altro figlio di Carlo) e Camillo Ricordi (il figlio di Manolo Ricordi). Questo trio si dedica alla ricostruzione dell’archivio e al rilancio dell’impresa.

6. Il Dopoguerra. Dal 1943 al 1956

Negli anni del dopoguerra Casa Ricordi deve lottare per stare al passo, vista la necessità di potenziare il proprio catalogo per poter soddisfare le esigenze del mercato. Seguendo la vecchia tradizione della ditta, lo fa acquistando i cataloghi di altri editori (Mario Pasquariello a Napoli, Romero Y Fernandez a Buenos Aires, dove già nel 1924 Ricordi aveva aperto una filiale), e fondando successivamente nuove succursali e agenzie di distribuzione e rappresentanza, o ampliando quelle esistenti: a Genova (1953), Toronto (1954), Sydney (1956) Palermo (1957), Città del Messico (1958). Una piccola parte della biblioteca viene ricostituita grazie ad alcune donazioni. Nel 1950 riapre il negozio di vendita al pubblico nell’edificio, nel frattempo ripristinato, di Via Berchet; nel 1952 la ditta è trasformata in una società a responsabilità limitata, presieduta da Alfredo Colombo e con Guido Valcarenghi ed Eugenio Clausetti in qualità di amministratori delegati. Nel 1956 questa struttura si evolve in una società per azioni, del cui direttivo fanno parte tra l’altro anche i tre suddetti.
Ad essere cambiata è soprattutto la situazione generale in cui le case editrici musicali devono operare, e quindi anche il ruolo e la posizione della Ricordi. Il dopoguerra è contrassegnato da un processo che si era già delineato agli inizi del XX secolo, con l’introduzione della tecnica di riproduzione della musica: la separazione della cosiddetta musica d’intrattenimento dalla musica colta. Con una formula lapidaria, ciò significa che la prima è diventata un fenomeno di massa e la seconda ha ormai un peso marginale.
Ricordi reagisce al cambiamento di scena scendendo in campo sul mercato della musica leggera con la “Radio Record Ricordi” (“RRR”) fondata nel 1948, e un anno dopo con il bollettino mensile “Rassegna Musicale Radio Record Ricordi”. La direzione di Radio Record Ricordi è affidata a Mariano Rapetti, pianista e paroliere, che già da qualche anno è impiegato presso la ditta. Suo figlio Giulio, anche lui autore di testi, negli anni Sessanta formerà, con lo pseudonimo di Mogol, un duo leggendario con il cantautore Lucio Battisti. In questo contesto di strategia aziendale, rientra anche la fondazione della “Fono Film Ricordi”, e più tardi della “Edir” e di “Ritmi e Canzoni”. In tal modo si pongono le basi per la successiva fondazione della “Dischi Ricordi” da parte di Carlo Emanuele Ricordi, detto Nanni, nel 1958.


Gli anni tra il 1943 e il 1956 sono scarsamente documentati per quanto riguarda la storia della casa editrice. Mancano soprattutto i cataloghi della produzione editoriale. In questo senso, un esame approfondito dei copialettere e l’analisi di eventuali cataloghi ancora reperibili sarebbero molto utili, e consentirebbero di colmare una consistente lacuna.

7. Nuovi Traguardi. Dal 1958 in poi

Con la trasformazione della Ricordi in una società per azioni, a partire dal 1956 inizia una fase di consolidamento. La successiva attività dell’impresa è focalizzata su due obiettivi. Il primo riguarda la promozione di una generazione di giovani musicisti, per cui viene coniato il termine di “cantautori”; il secondo è rivolto alla musica colta contemporanea. I cantautori vengono lanciati sul mercato dalla Dischi Ricordi, divisione pop appositamente fondata all’inizio del 1958 e diretta da Nanni Ricordi. Similmente a quanto era accaduto nel XIX secolo con le generazioni precedenti, anche adesso la casa editrice riesce a contribuire in maniera decisiva allo sviluppo e alla promozione di una sfera importante della cultura italiana. È il medesimo intuito familiare che agisce ancora una volta in maniera infallibile? Nella prefazione a una monografia commemorativa di Nanni Ricordi, apparsa nel 2010 per iniziativa del cugino (di terzo grado) Claudio Ricordi, questo istinto è definito come “il giusto equilibrio tra grande produzione culturale musicale e illuminata gestione aziendale.” Da questo volume di testimonianze, che raccoglie le voci dei più importanti cantautori della scuderia Ricordi, emerge chiaramente come anche Nanni, fedele alla tradizione dei suoi antenati, seguisse un principio che già nell’Ottocento aveva contribuito all’affermazione della casa editrice: la scoperta di nuovi talenti e la loro promozione sullo sfondo di uno stretto sodalizio tra editore e autore. La chiave del successo risiede soprattutto nella contemporanea introduzione di una novità tecnica: la diffusione del disco singolo, sviluppato nel 1949 dalla RCA Victor, che invece di 33 giri al minuto ne fa 45, e che in Italia viene chiamato pertanto “45 giri”.


Nanni, nato nel 1932, studia legge a Milano e parallelamente si dedica al pianoforte, dapprima seguendo un’inclinazione spontanea, poi con sempre maggior impegno; si perfeziona a tal punto da poter sostenere un esame presso il Conservatorio. Durante la sua attività presso la SIAE (Società Italiana degli Autori ed Editori) a Roma, frequenta abitualmente i teatri lirici e di prosa, dove fa la conoscenza di Luchino Visconti, Maria Callas ed altri artisti, sviluppando un fiuto particolare per il talento musicale e i suoi esponenti di rilievo. In seguito, insieme a Franco Colombo, dirige per alcuni anni la filiale Ricordi di New York. Qui, attraverso l’incontro con personalità artistiche molto diverse – tra cui Gian Carlo Menotti, Marilyn Monroe, Leonard Bernstein – riceve importanti impulsi che, dopo il suo rientro in Italia, si concretizzeranno nella fondazione della Dischi Ricordi. La scena newyorkese gli insegna soprattutto a riconsiderare criticamente la rigida separazione, ormai consolidata in Europa, di musica colta e musica leggera.
Nel 1957 viene prodotto alla Scala il primo disco Ricordi: si tratta dell’opera Medea di Cherubini, con Maria Callas nel ruolo di protagonista. Per l’occasione Nanni si fa inviare da New York l’equipaggiamento della leggendaria casa discografica Mercury (che oggi rappresenta artisti come Elton John, Lionel Ritchie e Mariah Carey) e si occupa con grande perizia della tecnica di registrazione e delle condizioni di produzione. Nasce così un’incisione che ancor oggi colpisce per quella “sapienza nel rendere la tinta scenica cara a Verdi”.


Dopo il successo di Medea, che esce in occasione del centocinquantesimo anniversario della casa editrice, Nanni si concentra sulle possibilità di sviluppare proficuamente la produzione discografica. Il suo interesse si rivolge quindi alla musica leggera, che nella strategia aziendale, malgrado gli sforzi di Mariano Rapetti, era rimasta finora nell’ombra. Ispirato dai successi riscossi dalla chanson francese (Brassens, Brel) molto in voga al momento, e dall’ondata pop-rock di origine anglosassone, Nanni va in giro per Milano alla ricerca di talenti. In un locale del centro, il club Santa Tecla, fa la conoscenza di un chitarrista di nome Giorgio Gaberscik e lo incoraggia a comporre delle canzoni; con il nome di Giorgio Gaber ne fa poi il primo cantautore della Dischi Ricordi. L’obiettivo di Nanni è di rivoluzionare il gusto antiquato delle tradizionali canzonette del Festival di Sanremo, al di là degli stili nazionali o dei confini di genere: “La difficoltà era trovare della musica che durasse nel tempo e che fosse esportabile, essendo allo stesso tempo un bene di consumo come lo fu La traviata”. Nel periodo seguente la Dischi Ricordi pubblica le canzoni di Gino Paoli, Luigi Tenco, Ornella Vanoni, Enzo Jannacci, Lucio Battisti e altri ancora. Nanni e sua moglie Marisa mantengono inoltre in vita la tradizione del “salotto Ricordi”, invitando a casa artisti, musicisti e non, per delle serate conviviali in cui la musica è sempre protagonista.
La casa editrice Ricordi, che nel frattempo ha trasferito lo stabilimento da Viale Campania a Via Salomone, malgrado il successo della Dischi Ricordi, non riesce a intessere un vero legame con la musica popolare. Per questo motivo, Nanni Ricordi accetta nel 1963 di trasferirsi a Roma presso la filiale italiana dell’americana RCA. Nel 1964 dirige il Festival dei Due Mondi di Spoleto, dove inaugura un ciclo di concerti dal programmatico titolo “Bella ciao” (come il titolo di quella che è la canzone più conosciuta della Resistenza italiana), che presenta le tradizionali canzoni popolari italiane.


I cantautori che gravitano intorno a Nanni Ricordi appartengono, in linea di massima, all’area politica di sinistra e la loro musica, sotto il profilo sociale e contenutistico, è complementare all’altro filone della produzione editoriale che ha inizio nel 1958. Casa Ricordi diventa, infatti, la patria editoriale degli esponenti di spicco delle avanguardie musicali e in primo luogo di quel teatro musicale che, dopo un orientamento inizialmente piuttosto conservatore, trova in Italia decisivi impulsi di rinnovamento: Luigi Nono, Bruno Maderna, Luciano Chailly, Luciano Berio, Giacomo Manzoni, Franco Donatoni, Luca Lombardi, Sylvano Bussotti, Azio Corghi, Giorgio Battistelli e Salvatore Sciarrino. Comincia la collaborazione con i festival nelle città di Milano, Torino, Bologna e con la Biennale di Musica di Venezia, con istituzioni di scambio culturale all’estero, come i corsi estivi di composizione di Darmstadt o il Festival di Donaueschingen. La natura internazionale di Casa Ricordi, che caratterizzava già il periodo ottocentesco, si riafferma ora con nuovi significati.


La casa editrice conserva le sue filiali in Francia (Parigi), Gran Bretagna (Chesham, nei pressi di Londra), Germania (dapprima a Lörrach e Francoforte, poi a Monaco), negli Stati Uniti (New York), in Argentina (Buenos Aires), Brasile (San Paolo). Nel 1961 Guido Valcarenghi ne diventa Presidente, seguito da Carlo Origoni e nel 1982 da Gianni Babini. Dal 1964 Guido Rignano è amministratore delegato e direttore generale. Sotto la sua regia Ricordi sviluppa delle strategie intese a soddisfare i gusti sia del vasto pubblico che dell’élite musicale.


Vengono così a delinearsi i quattro filoni principali dell’attività editoriale. Il primo è la rivitalizzazione della classica tradizione operistica italiana con le riprese in catalogo, dal 1957 al 1966, di numerose partiture, trascrizioni per pianoforte e singole edizioni. Vengono ad esempio ristampate le arie di opere di Verdi come Un ballo in maschera, Otello, Falstaff, nonché Tosca, Madama Butterfly, Manon Lescaut di Puccini e La Wally di Catalani. Ulteriore conseguenza dell’attenzione rivolta alla tradizione, ed è questo il secondo filone, è l’iniziativa di pubblicare edizioni critiche delle opere sulla base dei manoscritti autografi (Rossini, Verdi, Vivaldi). Impulsi decisivi vengono a tal proposito dal reparto redazionale di Ricordi, diretto da Luciana Pestalozza dal 1964 al 1991 e da Gabriele Dotto a partire dal 1992. L’edizione critica delle opere di Rossini, inizia nel 1969 con la pubblicazione de Il Barbiere di Siviglia curata da Alberto Zedda, musicologo urbinate e direttore presso la New York City Opera, nonché specialista di Rossini, e prosegue poi in collaborazione con la Fondazione Rossini di Pesaro.


L’edizione critica di tutte le opere di Verdi è realizzata in co-edizione con la University of Chicago Press, sotto la supervisione del musicologo statunitense Philip Gossett. Il primo volume è Rigoletto, nel 1983, che poi sarà il punto di partenza per una rappresentazione in cartellone presso la Staatsoper di Vienna. Seguono le edizioni complete delle opere di Donizetti (in collaborazione con la Fondazione Donizetti di Bergamo, a cura di Gabriele Dotto e Roger Parker), delle opere di Bellini (in collaborazione con il Teatro Massimo di Catania, a cura di Fabrizio Della Seta, Alessandro Roccatagliati e Luca Zoppelli) e di Puccini (a cura di Gabriele Dotto), delle sonate di Domenico Scarlatti e delle composizioni di Antonio Vivaldi (in collaborazione con l’Istituto Italiano Antonio Vivaldi).
Il terzo fulcro dell’attività editoriale continua ad essere la didattica musicale, con la pubblicazione di numerosi manuali per lo studio del pianoforte, breviari di canto, introduzioni alla musica. Da menzionare in questo contesto anche il proseguimento della tradizione dei periodici e della pubblicistica libraria di Ricordi. Dal 1951 al 1957 appare la rivista Ricordiana; dal 1958 al 1965 ricompare Musica d’Oggi, vengono pubblicate l’Enciclopedia della Musica in quattro volumi e una collana dedicata alla saggistica, la Piccola Biblioteca Ricordi, nonché una collana di libretti in una nuova veste editoriale.
Anche la musica colta contemporanea, ed è questo il quarto filone, trova una sua collocazione precisa all’interno della casa editrice: della sua promozione si occupano soprattutto Luciana Pestalozza (che a metà degli anni Settanta concorre in maniera sostanziale alla fondazione dell’influente ciclo milanese di concerti “Musica nel nostro tempo”) e Mimma Guastoni, dagli anni Sessanta collaboratrice della ditta, dal 1981 caporeparto e dal 1995 al 1998 responsabile della gestione. Ricordi continua ad essere considerata l’azienda leader in Italia, soprattutto per quanto riguarda il teatro musicale: “[…] il mercato teatrale era assorbito dalla sola Casa Ricordi”. Mantiene il proprio indirizzo europeo, con una forte presenza di compositori britannici e francesi nelle filiali di Londra e Parigi, ma resta anche un punto di riferimento editoriale per quelli italiani. Mentre nell’editoria musicale si pensa di regola che il compito della casa editrice vada raramente oltre la composizione tipografica e la stampa delle partiture, da Ricordi si è affermata al contrario una lunga tradizione di redattori qualificati, che lavorano con eccezionale competenza e in molti casi diventano consulenti stretti degli stessi compositori. Questo, insieme alla vasta rete di distribuzione e alla modernità degli impianti, costituisce per la casa editrice un ulteriore vantaggio in vista dell’acquisizione di nuovi autori. Nel XX secolo due redattori godono di una fama quasi leggendaria presso i compositori e i direttori d’orchestra: Raffaele Tenaglia e Fausto Broussard. Il primo, altamente stimato da Puccini, lavora per la Ricordi dal 1913 al 1961, prima come libero collaboratore e poi come direttore del noleggio del materiale musicale, caporedattore e responsabile della produzione. Fausto Broussard è caporedattore dai primi anni Sessanta fino al 1996. In lui, come ricorda Luciana Pestalozza, i giovani compositori dell’avanguardia avevano una cieca fiducia, "si rivolgevano a lui per risolvere ogni problema per la preparazione dei materiali musicali e avere un consiglio su particolari tecnici". La cura dei nuovi lavori viene svolta, su scala ridotta, per un pubblico di specialisti, le strategie di marketing non si orientano sui quantitativi dei prodotti venduti, bensì sulle loro caratteristiche qualitative. È importante coltivare i contatti con i principali festival di musica in Italia e nel resto d’Europa. La diffusione della musica moderna, infatti, dipende proprio da simili manifestazioni, create appositamente a tale scopo: favorire i contatti tra i vari ensemble, promuovere e organizzare le rappresentazioni di questi lavori altamente specializzati sotto il profilo musicale. I corsi estivi internazionali di Darmstadt, che nel 1946 rifioriscono per opera di Wolfgang Steinecke, e nei quali si alternano lezioni di compositori di fama internazionale e concerti (i corsi esistono ancora oggi), sono un punto di riferimento importante anche per Casa Ricordi: i suoi autori vengono invitati come docenti e fungono quindi da moltiplicatori di un programma editoriale che si allarga sotto il profilo stilistico, mentre le opere stesse vengono presentate al pubblico durante i concerti. Tra i compositori stranieri che la casa editrice accoglie nel proprio programma, ci sono nomi importanti come Gerard Grisey, Brian Ferneyhough, Magnus Lindberg, Klaus Huber, Younghi Pagh-Paan, Heiner Goebbels, Rolf Riehm, Peter Eötvös, Olga Neuwirth.


Nel 1994 la Ricordi viene venduta alla Bertelsmann Music Group (BMG), una divisione del Gruppo tedesco Bertelsmann. Fino a questo momento è l'unico editore musicale ancora indipendente, affertamasi accanto ai giganti internazionali del settore, primi fra tutti Polygram, EMI e Warner. Oltre alle imprese italiane, di cui facevano parte anche la tipografia con le Arti Grafiche e la produzione discografica con la Dischi Ricordi, il gruppo aziendale ha partecipazioni in altri nove Paesi. Nell’editoria musicale classica quasi nessun’altra impresa può competere con Casa Ricordi per quanto concerne la presenza a livello internazionale: la sua rete di filiali estere abbraccia Germania, Francia, Gran Bretagna, Canada, Argentina e Brasile.


Le attività strategiche della BMG si dirigono negli anni seguenti soprattutto alla redditizia editoria musicale e al mercato discografico, con il suo robusto fatturato; la produzione discografica viene inglobata nei marchi della multinazionale e compare in Italia con l’etichetta BMG Ariola. La catena di negozi e la proprietà immobiliare ad essa connessa vengono venduti.


Nel 2006 Bertelsmann cede la casa editrice alla Universal Publishing Music Group, una consociata del gruppo francese Vivendi, che porta avanti il programma di Ricordi con una rappresentanza in Italia. A questo punto si apre anche un nuovo capitolo nella storia dell’Archivio Storico Ricordi. Dal 1994 sotto la tutela del Ministero dei Beni Culturali, esso resta nelle mani di Bertelsmann. L’archivio aziendale privato diventa un archivio storico, mutando la propria funzione e promuovendo nuovi obiettivi: le sue preziose raccolte sono tutelate in quanto parte del patrimonio culturale italiano, per essere rese ancor più accessibili agli studiosi del settore e al grande pubblico.